Quattro braccianti bruciati vivi. Il ministro dell’Agricoltura, scopre che i caporali sono cattivi.
Smask
04 Giugno
Quattro braccianti morti ad Amendolara, in Calabria. Quattro persone che andavano a lavorare e non sono tornate a casa.
Waseem Khan, 29 anni, pachistano. Amin Fazal Khogjani, 28 anni, afghano. Ullah Ismat Qiemi, 19 anni, afghano. Safi Iayjad, 27 anni, afghano. Bruciati vivi in un’auto in un’area di servizio sulla Statale 106.
C’è un superstite: Mohammad Taj Alamyar, 35 anni, afghano. Ha visto morire i suoi compagni sotto i suoi occhi e ha raccontato tutto: casa fornita dai caporali, trasporto a pagamento — cinque euro al giorno pretesi per portarli al lavoro — e una paga promessa di 45 euro al giorno che alla fine non arrivava mai.
È la realtà quotidiana di centinaia di migliaia di persone.
Secondo il rapporto Agromafie e Caporalato della CGIL, in Italia almeno 230mila braccianti — uno su quattro — lavorano in condizioni di sfruttamento. Puglia, Sicilia, Campania, Calabria, Lazio: territori dove oltre il 40% dei lavoratori agricoli non ha un contratto regolare, o non ce l’ha affatto. Non è una novità.
Tra le voci che si sono levate, quella del signor L, ministro dell’Agricoltura:
“Non ci deve essere alcuno spazio per chi sfrutta i lavoratori, che non è un imprenditore, è un bandito. E su questo, ovviamente, in ogni modo le nostre forze dell’ordine, la nostra magistratura e in termini legali, noi stessi siamo impegnati, avendo aumentato le sanzioni per chi compie atti di questa natura. Quello che è successo in Calabria è drammatico, imperdonabile e ovviamente abbiamo sollecitato, per quanto ce ne possa essere bisogno, le forze dell’ordine ad agire in ogni modo.”
Davvero illuminante.
Ma è davvero solo compito della magistratura e delle froze dell’ordine indagare sullo schiavismo nei campi? Perché se il governo si limita ad aspettare che arrivi un giudice, allora a cosa serve un ministero dell’Agricoltura?
Fonti: